Antonio Citterio Architetto e designer italiano (Compasso d'Oro nel 1987 e nel 1994). Alcune sue opere fanno parte dell'esposizione permanente del MoMA e del Centro Georges Pompidou di Parigi. Il lavoro della “Antonio Citterio and Partners” rappresenta il caso di una realtà multidisciplinare dove architettura e design sono integrati nella creatività progettuale, perchè l’idea di edificio porta sempre con sè risposte sugli spazi, il loro allestimento e i modelli di fruizione. Incontriamo Antonio Citterio nella sede della “Citterio and Partners” in via Cerva a Milano, dove dal 1999 ha sede quello che è considerato uno dei “laboratori” di ricerca creativa più interessanti nell’indagine progettuale sul rapporto fra architettura e design.
Fin dall’ingresso, non manchiamo di notare lo stretto dialogo che sussiste fra scelte architettoniche dell’edificio che ospita lo studio e l’allestimento interno. La prima domanda nasce quindi spontanea: quale è il suo approccio al rapporto fra progetto di architettura e progetto di design?
“Si può dire che scala e problematiche sono diverse, mentre l’approccio e il metodo simili. Il disegno industriale e l’architettura, per molti aspetti, sono vicini. Disegno prodotti senza cercare l’espressione, bensì cercando risposte; in architettura è più o meno la stessa cosa. Per molti oggetti la funzione è il presupposto della forma. In architettura il discorso è simile. Oltre alle caratteristiche intrinseche dell’edificio (aspetto, forma, materiali, contenuti di innovazione tecnologica), è essenziale che l’architettura proponga e costruisca un luogo in grado di generare qualità nella vita dei suoi fruitori.
Oggi questi principi sono sempre più condivisi anche dalla committenza. Quando si lancia un prodotto sul mercato, è possibile solamente fare previsioni; è infatti solo la risposta reale del pubblico a decretarne il successo e a trasformare il prodotto in un’icona. Per queste ragioni, ogni volta che progetto, tendo ad ignorare i trend e non considerare cosa il mercato in quel momento giudica di moda. Nella mia esperienza il rapporto che lega il progettista alla committenza è strettissimo, a tal punto che spesso il ruolo del committente è fondamentale quanto quello del progettista. Infatti il progetto senza un sostegno concreto, ideale prima ancora che economico, rimane solo un disegno su un foglio di carta”.

Che ruolo svolge la ricerca nell’elaborazione dei suoi progetti, siano essi di architettura o di design?

“La ricerca è lo stimolo, la curiosità, l’innovazione. Io credo che il lavoro di un architetto e di un designer sia principalmente ricerca. Ricerca del proprio linguaggio, di un materiale, del processo. La ricerca, affiancata da un investimento industriale, è il nostro lavoro. Nel momento in cui smettiamo di ricercare, smettiamo cioé di essere curiosi e di analizzare, il nostro lavoro si esaurisce. Questo è un fatto che unisce profondamente il lavoro dell’architetto a quello del designer: la ricerca è qualcosa di fondamentale, non di separato e svolge un ruolo sostanziale. Se l’idea è quasi sempre un fatto individuale, il progetto è sempre più lavoro di un team di persone che lavorano insieme e dove a volte il materiale o il processo, diventano l’elemento scatenante il progetto. La ricerca è la massima espressione del processo: solo conoscendo a fondo la tecnologia, i processi costruttivi e quelli produttivi, ed i relativi costi, si ottengono opere innovative e coerenti alle finalità della committenza. Ma soprattutto solo così si scende al di sotto della soglia epidermica, del livello superficiale legato esclusivamente al gusto. L’architettura è trasversale a diverse discipline, anche in architettura la qualità ed il grado di innovazione dell’edificio sono proporzionali all’investimento per la ricerca: sui materiali, sulla progettazione degli impianti, sui processi costruttivi, sulle tematiche legate all’ecosostenibilità, sulla società, gli stili di vita, sulla concezione e le connessioni dello spazio, sia pubblico che privato.
Fortunatamente anche in Italia si è capito quanto è importante il concetto di edilizia industrializzata anche a livello architettonico. Gli imprenditori hanno compreso che occorre sempre più avvicinarsi all’edilizia industriale. Oggi l’architettura è sempre più collegata al modello industriale, allontanandosi dai processi produttivi tipici dell’edilizia tradizionale. Si tratta di un fenomeno contemporaneo, per certi scenari recentissimo, che tuttavia rappresenta un indice di sviluppo assai positivo”.

Vede dei segnali positivi per l’architettura in Italia?

“L’Italia è un paese che ha cercato di conservare il più a lungo possibile il suo grande patrimonio immobiliare. In questi anni si sta ricreando un nuovo mercato dell’architettura a seguito del processo in atto di deindustrializzazione. Ciò ha creato enormi vuoti: molte grandi fabbriche sono state chiuse, i principali gruppi industriali si sono spostati e questo ha determinato lo sgomberarsi di milioni e milioni di metri quadri prossimi ai centri delle città, con la conseguenza che adesso si ritorna a costruire nelle periferie, in quelle aree, cioè, che una volta erano viste come luogo di architetture popolari, mentre oggi sono riproposte nel mercato. Grazie a questo fenomeno l’architettura è tornata ad essere un valore ed un interesse di mercato: il valore della location, la quale possedeva in Italia un valore che superava qualsiasi argomento di qualità architettonica, laddove invece la costruzione risultava assolutamente anonima, è stato sostituito dal valore del progetto architettonico, riconosciuto sempre più anche dalla committenza.