Daniel Libeskind Architetto statunitense, tra i principali esponenti del decostruttivismo. Tra le opere realizzate: il museo ebraico di Berlino e il One World Trade Center (Freedom Tower) a New York City. Abbiamo intervistato Libeskind, per conoscere i tratti di un pensiero architettonico unico e raro che aiuta a misurarsi con le irragionevolezze del mondo e della storia. Per questo in Moretti ci sentiamo interessati alla sua attività: in particolare la visione di un’architettura come arte costruttiva, solida, razionale e certa per definizione. Tra le righe di questo articolo possiamo apprezzare l’approccio di Libeskind, che si presenta come una linea zigzagante tra luoghi, idee e saperi, che passa dentro e fuori Paesi e culture per il superamento della nostra presunta razionalità di dominio sul mondo e sulle cose.
Cosa pensa quando si parla di “Architettura decostruttivista”? La sua opera è stata spesso avvicinata a questo termine, ma lei come lo interpreta?
Il concetto di “Architettura decostruttivista” è un contenitore fin troppo ampio e multiforme di indicazioni e riferimenti, che si è sviluppato in seguito ai lavori miei e di alcuni altri architetti a partire da un’importante esposizione tenutasi al Museum of Modern Art di New York negli anni Novanta. Alla diffusione e notorietà del concetto ha concorso anche l’utilizzo fatto dal MoMa, in riferimento a varie proposte culturali organizzate in questi ultimi anni.
Io in verità ho sempre pensato che l’espressione “Architettura decostruttivista”, a ben vedere, non sia una definizione appropriata, un termine corretto per ciò che riguarda la mia attività. Perché il Decostruttivismo, l’idea filosofica del Decostruttivismo, ritengo possa essere applicata, ad esempio, alla filosofia o alla critica letteraria o all’interpretazione giuridica, ma è quasi impossibile applicarla all’architettura. La pratica, direi la materia stessa dell’architettura, non ha infatti nulla a che fare con la decostruzione, ma altresì con la costruzione. Si tratta quindi, sempre a mio parere, di un termine delicato, se non apertamente problematico. Non l’ho mai realmente accettato perché, architettonicamente parlando, lo reputo troppo generico e soprattutto che non coglie il significato profondo del mio lavoro.

Perché ha avuto tanto successo?
Credo perché è facile equivocare sulla forma: ma non basta affrontare criticamente certi canoni, tentare di sovvertirli, come spesso ho tentato di fare, per trovarsi poi appiccicata un’etichetta limitativa. In sintesi. Io tento sempre di costruire anche quando apparentemente propongo un’operazione anche fortemente critica sulle regole.

La progettazione per la committenza pubblica, rispetto a quanto non avvenga per edifici privati, la porta a diversificare l’approccio all’impegno creativo? Ci sono edifici con destinazioni pubbliche che le piace particolarmente affrontare?
Devo dire che non ho un approccio creativo diverso tra committenze pubbliche ed edifici privati. Reputo che l’architettura sia sempre una. Non c’è un’architettura diversa quando è rivolta ad opere con destinazione pubblica, oppure nasce da una committenza privata. L’architettura è sostanzialmente un’entità creativa che opera nello spazio, la cui funzione è stabilire un dialogo fra materialità degli edifici e persone. Vorrei a questo punto introdurre un concetto: l’architettura è portatrice di energia, allo stesso tempo materica e immateriale. La concretezza della funzione, della destinazione d’uso, si unisce indissolubilmente alla storia, ai riferimenti simbolici che è in grado di generare. Da questo punto di vista, il fascino dell’architettura resta unico e immutato nel tempo. Questa è una matrice comune ad ogni approccio progettuale. Ovviamente, ci sono programmi diversi, ed è diverso intervenire, che so, su un edificio destinato ad uffici o su una torre residenziale piuttosto che un museo o un ospedale o una scuola o quant’altro. Ma, come architetto, penso che tutte queste diverse tipologie di edifici siano interessanti. Certo, le committenze pubbliche, come ad esempio i musei, hanno un’importanza storica, culturale e sociale di assoluto rilievo, ma anche gli edifici dove la gente vive e lavora tutti i giorni sono altrettanto significativi, perché determinano anch’essi il carattere della città, non le fanno solo da sfondo.

C’è un’opera da lei progettata alla quale continua a guardare con particolare interesse, quasi potesse essere considerata una summa della sua creatività fino ad oggi?
No, perché ritengo che la creatività sia un processo di evoluzione continua, una sorta di ricerca, un’esplorazione, un viaggio, un’avventura che non ha mai fine. Penso che sia una strada che si percorre trovando nel contempo risposte e nuove domande. Naturalmente ogni edificio, ogni progetto, realizzato o non realizzato, rientra in una destinazione inizialmente pensata in un certo modo ma che può anche modificarsi. Mai ovvia, poiché scaturisce dalla ricerca creativa. Ecco perché non ho un riferimento particolare. Naturalmente, ognuno di questi edifici, che si tratti di un museo, sia esso il Museo Ebraico, che è stato il mio primo edificio, o Ground Zero, che è un progetto lungo e difficile, oppure dell’ultimo progetto per la città di Milano, il CityLife, sono protagonisti di un percorso in divenire. Lo si nota bene proprio con i progetti che attualmente ho in corso in Italia. Uno diverso dall’altro, ma comunque per me sempre affascinanti.

Come definirebbe il progetto del CityLife di Milano? Come si integra in un tessuto così ricco di riferimenti culturali come quelli milanesi?
Credo che si tratti per me di un progetto veramente speciale, prima di tutto perché amo molto Milano: ci ho vissuto e mia figlia è nata lì. È una città che è molto impressa nel mio cuore. Considero, quindi, il CityLife come un progetto estremamente importante perché si inserisce in uno scenario storico e sociale unico. Milano è certamente un tessuto incredibilmente ricco di riferimenti artistici e architettonici sviluppati nel corso del tempo. Quindi, creare un masterplan e in seguito gli edifici che ne fanno parte è una sorta di elevatissima ambizione: una sfida. Non si tratta semplicemente di un complesso di edifici con una loro identità, qui bisogna combinare necessariamente le ricche tradizioni di Milano, i suoi contenuti architettonici e le sue particolarità. Milano è una città unica nel suo genere con una luce unica, una storia assolutamente unica, un’identità unica persino all’interno dell’Italia. Si tratta quindi di rendere questi edifici coerenti il più possibile al contesto. Ma ovviamente si tratta anche di edifici nuovi, che devono quindi combinare queste tradizioni con l’aspirazione di Milano a diventare una città del futuro. Anche e soprattutto grazie all’Expo, di cui sono rappresentante con Al Gore e altre personalità. A proposito: sono davvero felice che l’Expo si terrà a Milano!

Quali sono i percorsi di progettazione e creatività che la stanno maggiormente entusiasmando?
Beh, sapete, sono un architetto davvero fortunato perché ho la possibilità di lavorare sia su singoli edifici di prestigio o su grandi progetti, intere città, come tutto il centro della città di Seul, ad esempio. Si tratta di uno dei più grandi progetti di pianificazione urbanistica al mondo, con la costruzione di centinaia di edifici: ponti, terminal, stazioni ferroviarie, torri commerciali, residenziali, palazzine per uffici e così via. Anche in questo caso: una bella sfida! Ma sto anche lavorando al progetto di una piccola casa nel Connecticut, una dimora privata per due amanti dell’arte. Quindi, mi reputo fortunato di poter spaziare da un progetto su vasta scala di città emergenti ad un pezzo unico di architettura per la vita domestica, così intimo. È davvero una fortuna avere una tale diversità e unione tra il microcosmo e il macrocosmo.

C’è un’opera dell’antichità che avrebbe voluto progettare e una invece che vorrebbe fare in futuro?
Questa sì che è una bella domanda! Di solito un architetto non sogna un progetto per se stesso. I progetti devono giungere ad una specie di intersezione tra la volontà creativa e ciò che è davvero necessario, che è indispensabile, che è urgente. Indubbiamente, lo sviluppo armonico delle città è al giorno d’oggi un’esigenza pressante. Sono state costruite per diversi motivi e soprattutto nel ventesimo secolo, in modo insostenibile. I progetti innovativi devono quindi fare in modo di creare una vera unione tra città sostenibili, edifici sostenibili, non solo tecnicamente parlando, ma in termini di memoria, di recupero rispettoso del carattere del passato. Una specie di approccio umanistico all’architettura che non riguarda semplicemente un singolo edificio o un singolo oggetto costruito, ma un’idea umanistica che associa l’arte alla vita delle persone e l’aspirazione dell’etologia. Sono un architetto, un umanista, ma il futuro della scienza suscita così tanto interesse in me!