Mario Botta Nato a Mendrisio nel 1943, ha studiato a Lugano, Milano e Venezia, dove inizia a lavorare per Le Corbusier e Louis. I. Kahn. Dal 1970 apre un proprio studio a Lugano. Le sue prime costruzioni sono caratterizzate da un’intensa ricerca progettuale che si verifica in numerose realizzazioni in tutto il mondo. Da allora svolge anche una intensa attività didattica, in Europa, Asia, Stati Uniti e America Latina. Nel 1976 è nominato professore presso il Politecnico di Losanna e nel 1987 presso la Yale school of Architecture a New Haven, USA. Il suo lavoro ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti e premi, fra cui il prestigioso “Merit Award” del Museo d’Arte Moderna di San Francisco. Numerose sono le mostre dedicate alla sua ricerca. Tracce ha incontrato Mario Botta nel suo studio di Lugano, finalizzando l’incontro a raccogliere una testimonianza inedita sul pensiero e l’opera di un architetto che deve confrontarsi ogni giorno con la propria notorietà.
Lo studio di Mario Botta a Lugano rispecchia molto bene, fin dall’esterno, la personalità di chi l’ha creato, una struttura cilindrica ricoperta di mattoni, segnata da incisioni profonde dove si celano vetrate affacciate ben oltre lo specchio del lago. Un edificio indiscutibilmente nato dalla creatività di Botta, e capace di sorprendere per la sua originalità. Proprio qui sta la sfida di realizzare un’intervista a Mario Botta: cogliere aspetti nuovi da una personalità della quale sembra sia stato detto tutto. L’ambiente invita infatti ad un colloquio non irrigidito con domande pre confezionate, lasciando che alle dinamiche dell’intervista si sostituisca quella del colloquio. Un contesto che sollecita una riflessione sul senso attuale del “fare architettura”, in un mondo dominato da comunicazioni sempre più labili, frenetiche, frammentate.
“L’architettura per sua natura è una disciplina destinata a durare nel tempo, quindi in questa ottica ha nella durata una sua peculiarità. Rispetto ad altre discipline che si consumano nell’arco di un’epoca, l’architettura è destinata soprattutto a rivolgersi allo spazio di vita delle generazioni future. Consideriamo infatti che tutti noi viviamo le nostre città in tempi storici molto diversi da quelli nei quali gli architetti le hanno costruite.
In questi ultimi anni questa particolarità dell’architettura è diventata più forte ed evidente: in un mondo dove il succedersi delle immagini è continuo e frenetico, l’architettura propone segnali forti e stabili. La sollecitazione alla riflessione più che all’emotività, è evidente. In questo si ripropone il concetto chiave dell’architettura stessa: espressione formale della storia. L’architettura dà forma alla storia del proprio tempo. La contraddizione con altre espressioni visive e comunicative contemporanee si è quindi fatta più marcata. Quando vediamo le architetture riusciamo facilmente a datarle, spesso con un’approssimazione di pochi anni, anche perché l’architettura non è mai un fatto individuale, ma è sempre un’espressione collettiva. Da questo punto di vista l’architettura è anche impietosa: narra sempre dell’epoca e della vicenda umana di chi l’ha creata”.

Appare quindi chiaro come e perché chiese, musei e biblioteche siano tre settori progettuali e costruttivi che affascinano sempre di più gli architetti

Proprio in questi edifici si colloca il fondamento dell’architettura come espressione della storia: sono perfettamente coerenti con quella che si può definire la sua naturale missione.
“L’architettura porta con sé sia l’idea del sacro, sia quella della memoria. Perché la sua collocazione spaziale determina un’assimilazione fra una condizione di natura e una condizione di cultura. Da questo punto di vista l’architettura è testimone della volontà dell’uomo di formare il proprio habitat. Come linguaggio, nelle sue forme creative, ricerca dei valori ed è sempre espressione di un pensiero filosofico. Dietro le pieghe di una proposta estetica, l’architettura esprime sempre una tensione etica. Chiesa, museo e biblioteca sono forme dei luoghi dello spirito: la chiesa per pregare e avvicinarsi al trascendente, il museo per esporre e contemplare un dialogo fra artisti e pubblico, la biblioteca come contenitore organizzato della memoria, del sapere che abbiamo ereditato da altre generazioni. Sono quindi tre istituzioni che, in forme diverse, parlano dello spirito, della coscienza collettiva e individuale. La loro simbiosi con l’architettura è quindi, ora più che mai, totale. Ci forniscono inoltre utili indicazioni per definire l’idea del progetto: la chiesa sollecita il superamento di determinati limiti, nel museo l’obiettivo sta nel coadiuvare la visione artistica, mentre nella biblioteca lo scopo primario dell’edificare è aiutare la consultazione del sapere.
Sono tre realtà che parlano del finito ma anche del bisogno di infinito, che sta nella natura e nell’anelito umano”.

Le riflessioni che sono alla base di questa tensione etica generata ed insita nell’architettura ad un certo punto diventano idea, vengono trasferite e concretizzate sulla carta

Il passaggio è molto delicato, perché richiede ad ogni autore di scegliere come trasferire una concezione puramente spirituale ed etico-morale nella concretezza della forma, nella scelta di materiali e sistemi costruttivi. Nel saggio di Botta “Etica del costruire” questo passaggio chiave risulta per l’autore essere conoscenza del contesto d’azione e traduzione dell’idea in fasi successive, grazie a molteplici disegni preparatori. “Se consideriamo l’architettura espressione della storia è inevitabile che l’idea non possa che nascere dalla conoscenza approfondita del luogo dove l’opera andrà ad inserirsi. Ecco perché io realizzo sempre preventivamente una numerosa serie di schizzi di indagine; a questi seguono gli schizzi di rappresentazione, che avvengono successivamente all’analisi. Il disegno ha quindi nel mio lavoro una doppia valenza. Da un lato lo schizzo di conoscenza per capire la vocazione del contesto, che molto spesso ha già in se stesso la soluzione. I successivi disegni di rappresentazione per tradurre la tensione etico-storica generata dello specifico contesto d’azione in un linguaggio architettonico coerente e praticabile, effettivamente concretizzabile. E’ logico che in questa seconda fase restano solo le idee più forti, più essenziali. Le rappresentazioni sono comunque parallele, anche se molto diverse: nella prima l’architetto riceve, è un indagatore; nella seconda è un soggetto propositivo, esprime una sintesi che condizionerà a sua volta il contesto stesso”.

Nel disegnare c’è chi pensa già ai materiali ed alle loro applicazioni, mentre negli schizzi di Mario Botta emerge una totale libertà espressiva

“Non ho mai fretta di definire i materiali. Preferisco piuttosto condurre un lavoro meticoloso sulle tecniche costruttive possibili per quel determinato intervento. Mi concentro sul repertorio delle opportunità, che naturalmente sono condizionate anche dal punto di vista economico e di fattibilità, ma non compio mai scelte autarchiche e rigide, neppure legate al luogo.
Personalmente non ho mai avuto chiusure o preferenze sulle tecniche costruttive: utilizzo senza problemi il prefabbricato, ad esempio, se esso risponde alle necessità costruttive che assolvono alla soluzione del progetto. E’ chiaro che stabilisco preventivamente se adotterò un certo tipo di struttura o elemento prefabbricato, ma non lo considero vincolante all’idea”. Perfino l’edificio dove trova spazio il suo studio è immediatamente riconoscibile come frutto della creatività di Mario Botta.
Esistono quindi dei punti di riferimento che guidano il percorso creativo. Eppure Botta ha sempre rifiutato il termine stile, preferendo quello di linguaggio visivo.
“Le mie opere sono riconoscibili perché esiste un linguaggio che le identifica come tali. Non agisco mai però ponendomi come obiettivo la definizione di fattori di riconoscibilità, neppure rispetto alla loro funzione. Ogni opera nasce e si sviluppa assolutamente come un unicum in relazione al contesto nel quale va a collocarsi, sia esso un contesto urbano o in cima ad una montagna. Soprattutto perché l’edificio è il rapporto che si stabilisce fra l’opera stessa e il contesto. In un continuo dialogo di dare e avere.
La qualità del fatto architettonico è determinata dall’intensità del rapporto che si stabilisce fra manufatto e contesto, fra edificio e scenario nel quale entra in relazione. L’aspetto più importante, e allo stesso tempo più impegnativo, è proprio quello di affermare lo spirito del proprio tempo senza preclusioni di sorta. Con rispetto reciproco: il nuovo ha bisogno dell’antico, ma anche l’antico può trovare motivo di valorizzazione dal nuovo”.

Al confronto e dialogo fra antico e nuovo, si aggiunge quello fra evidenza ed introspezione

Guardarsi “dentro” è sempre un percorso che impone una selezione nei territori della memoria. Esattamente come avviene per il lavoro creativo dell’architetto. Si vorrebbe sempre dire tanto, tutto, ma bisogna operare scelte, accorgendosi a volte che l’esclusione non è un fatto negativo, ma positivo. “Ogni progetto è un lavoro di sintesi. Un’attività caratterizzata dal buttare via. Dall’escludere. Fare una cosa significa rinunciare a cento, a mille altre. Queste esclusioni tornano però a galla, nella memoria. Si ritrovano e rivivono in altri progetti. Bisogna inoltre considerare che anche il mondo creativo non è infinito. Mi piace lavorare con un numero di parametri numericamente limitato, perché la vera creatività si situa nella capacità di gestire le possibilità combinatorie. Come il linguaggio, appunto: poche lettere per creare una biblioteca pressoché infinita”. La contemporaneità, con i suoi modelli, tende a raffreddare le passioni, sostituendole con un’emotività altalenante e frammentata. C’è da chiedersi se esiste ancora la possibilità di appassionarsi ad un progetto. “Quello che personalmente mi sta appassionando di più è proprio il confronto fra il contemporaneo con l’antico. In un mondo di grande velocità e di grandi trasformazioni, dove la complessità è sempre più coniugata con la rapidità del divenire, mi interessa capire il contemporaneo in che misura riesce a testimoniare il proprio tempo, riesce a resistere alle lusinghe del consumo, alle cassandre che vorrebbero che tutto scompaia velocemente. L’idea di lavorare sulla memoria: sì, adesso è proprio questo ciò che mi affascina di più. Nel contemporaneo esiste un territorio della memoria, come esiste un’antichità del nuovo. Ecco perché vado a recuperare delle matrici forti che ci legano alle forme ancestrali, ai popoli estinti: elementi che hanno svolto un ruolo importante e che oggi ritornano in forme diverse. Questo vale per la committenza pubblica e privata. Con la consapevolezza che l’architettura, anche quando nasce da un mandato privato risulta destinata ad essere fruita da molti. L’architettura è un’attività collettiva per antonomasia. Per questo può giovare al mantenere vivi i valori della memoria non solo del singolo, ma della collettività”.