Vittorio Gregotti Architetto, urbanista, professore, saggista, giornalista: a dispetto dei suoi quasi ottant’anni di età e di una carriera lunga e prestigiosa, Vittorio Gregotti resta al centro dell’attenzione per la passione e la vitalità con la quale lavora a progetti importanti in varie parti del mondo e partecipa al dibattito culturale. Lo studio Gregotti Associati International occupa un palazzo storico sapientemente recuperato e conservato in quella parte di Milano, fra il Museo della Scienza dedicato a Leonardo da Vinci e S.Maria delle Grazie dove è custodito il Cenacolo, che continua a mantenere e rivelare il più autentico spirito milanese.
All’interno dello studio Gregotti Associati l’idea di “officina creativa” conquista subito e mette a proprio agio anche il visitatore più timoroso del carisma del personaggio. Una concretezza e un pragmatismo che vengono confermati subito dalla disponibilità del nostro illustre interlocutore, prima di tutto togliendoci subito l’imbarazzo di come chiamarlo: Architetto o Professore? “Vanno bene entrambi, in quanto per me sono due ruoli assolutamente connessi e inscindibili. Da sempre. Insegnare, cioè discutere, qui in studio come in università significa prima di tutto continuare strenuamente ad indagare cosa significa la pratica artistica dell’architettura, ancora oggi purtroppo poco compresa per quelle che sono le sue funzioni collettive e culturali. Una vera e propria opera di sensibilizzazione ed educazione, se pensiamo che nel dibattito culturale e civile anche oggi è pochissimo presente l’architettura, pratica che altresì definisce l’ambiente fisico in cui viviamo e partecipa in modo determinante alla qualità della vita di tutti. Insegnare per me vuole dire prima di tutto cercare di capire in cosa consiste la qualità architettonica e la sua specificità. In questo senso è un impegno quotidiano che percorro con tenacia da oltre cinquant’anni. Vorrei però essere altrettanto chiaro nel ricordare che tutto quanto ho fatto nella mia vita a livello di insegnamento, scrittura e ragionamento teorico è sempre stato finalizzato al fare e… al fare l’architetto! Per me non esiste frattura o distanza fra la riflessione e la pratica, anche perché la professione dell’architetto ha questa fortuna: lavoriamo su una materia tangibile, che resta nel tempo, che agisce profondamente sulla realtà. Dobbiamo sempre confrontarci con un risultato che entra nell’ambiente e si pone stabilmente in relazione con le persone. Da questo punto di vista risulta ancora più stridente il fatto che la nostra attività venga a volte sottovalutata e sottostimata. Ben più elevata, solo per fare un esempio, era la condizione dell’architetto nell’Ottocento”.
Eppure c’è chi oggi parla apertamente degli architetti come dei più entusiasti “comunicatori” dei nostri tempi e li celebra di conseguenza. “Ne sono consapevole ma, francamente, penso proprio di non appartenere a questo gruppo di persone. Certamente l’architettura è anche una forma di comunicazione, un linguaggio articolato e con sue specificità, ma facciamo un po’ di ordine, per favore! Il nostro compito è proprio il contrario di quello celebrato in una società che privilegia la spettacolarizzazione, l’enfasi e la retorica. Gli architetti sono per loro stessa natura i professionisti della concretezza e della razionalità. La componente estetica, che nelle avanguardie storiche conteneva anche una forte componente di opposizione, è oggi utilizzata per approvare lo stato delle cose; la provocazione non scandalizza nessuno. Devo dire che al proliferare di certe degenerazioni ha contribuito in misura notevole anche una certa committenza, alla ricerca di un posizionamento di immagine più che desiderosa di individuare risposte a delle necessità concrete. Ci sono architetti che assecondano questa tendenza: io mi mantengo al servizio dell’opera che sto progettando ancor prima che al cliente. Sono convinto che proprio gli architetti dovrebbero essere fra le persone più vigili nel perseguire costantemente un’attitudine critica in funzione dell’interesse collettivo “.

L’architettura del realismo critico e il concetto di “ordine”

Nei suoi saggi spesso ritorna il concetto di “ordine”, un termine che può suscitare anche alcuni fraintendimenti se non è approcciato nell’ampiezza che la sua riflessione assegna a questo concetto. “E’ esatto. Per ordine io non intendo limitazione della creatività o chiusure alla sperimentazione, ma rispetto di un metodo e convincimento della validità di muoversi sempre con un realismo critico. L’ordine è il modo in cui la forma delle cose ci si offre. L’ho scritto nei miei libri e lo ribadisco: il realismo critico come pratica artistica permette di costruire un giudizio sulle condizioni e sulle contraddizioni su cui si fonda il presente, sulle sue prospettive o sulle possibili alternative, o anche sulle speranze. Per me realismo critico è, o dovrebbe essere oggi, confrontarsi ed opporsi al tramonto del senso delle cose. L’ordine, vale a dire l’agire secondo un progetto razionale oltre che emozionale, affonda le sue basi nella valutazione passionale della realtà, diventa per l’architetto una delle basi fondanti della propria attività. Opporsi al caos realizzando opere tangibili: in fondo questo è l’essenza del nostro lavoro. Se questa condizione non assomiglia poi molto al sistema contemporaneo delle comunicazioni e dell’arte, penso sia un fatto su cui riflettere”.

Come si confronta Vittorio Gregotti, la cui esperienza nasce molto prima dell’avvento delle nuove tecnologie, con lo sviluppo dei nuovi materiali e dei nuovi sistemi?

“Ho un rapporto di curiosità profondamente professionale: mi interessano, li utilizzo se li reputo validi, ma non ne sono dipendente. Ritengo la tecnologia, quella delle costruzioni come l’informatica applicata alla progettazione, degli utili strumenti di lavoro, a volte straordinari nelle loro potenzialità, ma non innocenti e soprattutto non è certo la loro ideologia il contenuto principale dell’architettura di oggi. Ciò che non va in alcun modo smarrito è il centro della nostra disciplina, mettendosi a servizio di ciò che solo l’architettura può dire. Solo preservando quel centro ci si può aprire alla indispensabile collaborazione con le altre arti e con le esigenze civili. Bisogna cioè concepire il progetto come dialogo critico con la realtà per mezzo della forma dell’opera. L’architettura ha un’immagine ma non è un’immagine; i suoi compiti sono quelli di guardare praticamente ai problemi dell’abitare e del costruire, a partire da quelli posti dalle specificità dei luoghi, dei contesti o dei casi”.

Come è riuscito a tradurre nell’attività dello studio Gregotti Associati International i suoi principi teorici e professionali?

“Prima di tutto per merito delle straordinarie qualità di chi con me lavora, al di là della loro età o esperienza, e poi per avere alimentato costantemente una coscienza critica della storia. Oggi purtroppo i giovani sembrano sovente non essere pienamente consci del fatto che ciò che ci circonda è anche in relazione con la complessità delle scelte e delle azioni compiute in passato. All’interno dello studio ho invitato a guardare indietro per guardare avanti, senza nessun pregiudizio di stile o di linguaggio. Operiamo per piccoli gruppi di lavoro e ci guida il principio di realizzare la migliore soluzione per quello specifico problema e contesto. Cerchiamo di applicare quella che Le Corbusier definiva “la ricerca paziente”. Questo richiede una particolare tenacia e insieme la disponibilità a mettere ogni cosa continuamente in discussione di fronte ad ogni nuovo problema, ma nello stesso tempo, anche una speciale capacità di difendere il senso complessivo dell’opera che si va formando e di ascoltare le regole che l’opera stessa impone nel suo farsi”.